C’e’ stato un tempo nel quale il vostro affezionato cronista era disposto a tutto pur di rimorchiare. Ora per fortuna, l’eta’, il calo ormonale e le benziodiazepine lo hanno condotto a un ovattato stato di tranquillita’, dal quale esce solo quando va in overdose di antidepressivi inibitori della serotonina.
A quel tempo ci si industriava e ci si ingegnava, con altri sfortunati quattrocchi secchioni, con un’applicazione ed un’energia che se applicate al mondo degli affari o alla politica, mi avrebbero portato ad essere la vera alternativa a ubellusconi. Altro che brodi, nutelli, pappino e lamena.
Uno dei molteplici tentativi fu quello di fare il dee jay in una radio privata. Detta cosi’ sembra invitante. In realta’ la radio era di un prete, le trasmissioni iniziavano e finivano con l’Ave Maria, la musica diabolica era proibita e fra un Rosario e una benedizione, passavano casti programmi musicali nei quali Baglioni e i Pooh regnavano incontrastati.
Pur con queste premesse, la fame di patanella era cosi’ forte, che anche per accedere allo staff di questa radio diocesana bisognava fare carte false. Fu necessario fare affidamento alla mia fama di genio precoce e mentire spudoratamente sulle mie credenze religiose per ottenere uno spazio di due ore, alle undici di sera, per condurre un programma che allora veniva definito: musica a richiesta. Secondo l’autore, qualcuno si sarebbe dovuto peritare, a quell’ora infausta, di uscire dalle calde coltri, arrivare al telefono, era pieno inverno e i cellulari si vedevano solo in Star Trek, chiamare me alla radio, richiedere la canzone preferita e tornare di corsa a letto per ascoltarla, data l’assenza anche a livello puramente spermatico di emule, mp3 e di negroni con CD masterizzati. Date le premesse la cosa sembrava destinata a finire in vacca. Invece no. Incredibile ma vero, c’era un gran numero di cazzoni che, messe in atto le operazioni teste’ descritte, faceva la richiesta di turno e si godeva la canzone, talvolta canticchiandola pateticamente al telefono.
Il programma fu un successo ma non raccolsi nulla. La verita’ e’ che ho una bella voce, virile e profonda e quindi in radio ed al telefono facevo faville. Il problema era poi quando si passava all’incontro vero e proprio, sul quale sorvolo in nome del residuo rispetto per me stesso. Se avessero inventato gia’ allora il sesso telefonico, sarei stato il Rocco Siffredi della Sip degli anni ottanta.
Tutta questa premessa, per dirvi che sono tornato al musica a richiesta, nel senso che una cortese lettrice mi ha dolcemente suggerito di scrivere sulla recente proposta del consiglio dei ministri di consentire l’utilizzo della canapa indiana per fini terapeutici.
Per fortuna che ho fatto il premessone. Perche quello che penso si riduce a poche parole. Perche’ cazzo non si dovrebbe utilizzare una sostanza chimica che fa bene se non comporta effetti collaterali? Ci sono le sostanze nobili come la fluoxetina cloridrato, i barbiturici, le benziodiazepine e persino la morfina e quelle figlie di zoccola come la canapa? A me me pare na strunzata. E non tiriamo in mezzo il fatto che se prescritta e poi comprata in farmacia la canapa puo’ essere spacciata, perche’ di pillolette e gocce di sostanze nobili come quelle citate prima, ne circolano gia’ parecchie per le strade.
E questa opinione ha tanto piu’ valore per il fatto che io non la userei mai per fini diversi da quelli terapeutici. Prima di tutto non amo socializzare, poi se proprio fossi costretto, mi avvilirebbe dovermi appoggiare a alcool o altro per lubrificare il processo. Infine, mi hanno fatto fare una canna dieci anni fa e ancora sto male a pensarci. Pussa via.