I giorni che passano hanno il suono sinistro del ticchettio di un timer per il governo attualmente in carica. Otto mesi di indecisionismo, di sterile dibattito, di misure populiste, allo stesso tempo impopolari, hanno serrato in una bara di ghiaccio gli entusiasmi e le speranze di coloro che avevano provato un moto di sollievo al termine dell’occupazione berlusconiana del potere.
Nessuno, nemmeno il piu’ ingenuo, poteva aspettarsi che l’assetto economico e i valori sociali, fossero ricomponibili con poche, agili mosse. La strada da percorrere sarebbe stata lunga e dolorosa. La cosa era nota a tutti. Con la disponibilita’ di una nuova guida, si trattava solo di iniziare il cammino. Alla fine, si sarrebbe giunti alla meta. Magari nudi, ma giunti.
Dopo i primi scricchiolii dell’indulto, c’e’ stato il crollo della legge finanziaria. In quella occasione e’ stato chiaro che il governo non aveva la forza o non aveva la voglia di unire ad inevitabili misure di sacrificio, quelle di modificazione strutturale del sistema, le uniche capaci di garantire che dopo l’ennesimo sforzo, la macchina avrebbe preso a girare diversamente.
Ho lunga e variegata esperienza di comando. In certe situazioni non si possono evitare le lacrime ed il sangue. Quando cio’ accade, ho imparato a comunicare ai miei uomini cosa cambiera’ veramente alla fine della missione. Questa cosa aiuta a superare gli ostacoli dando un valore reale alla fatica necessaria ad affrontarli. Il governo lamenta un problema di comunicazione, lasciando vagamente intendere che noi non abbiamo capito, che forse non siamo all’altezza di comprendere. Io sono d’accordo. Il difetto di comunicazione c’e’ stato. Nel senso che oltre all’ennesimo borseggio operato nei confronti di chi ha redditi fissi ed accertabili, con infinitesimali ricadute per i meno abbienti, non c’e’ giunta voce di nessuna azione strutturale contro i delinquenti, perche’ di delinquenti si tratta, che, con dichiarazioni dei redditi al limite del ridicolo, costruiscono fortune e sfruttano le strutture dello stato, alle spalle del resto del paese. La chiusura per tre giorni del panettiere sotto casa quando, in cinque anni, non fa lo scontrino per tre volte, non e’ una misura strutturale, e’ una presa in giro.
Il danaro e’ importante e bisogna dirlo senza falsi pudori. Rappresenta la riconoscenza tangibile del paese per il lavoro svolto quotidianamente ed e’ lo strumento attraverso il quale consentiamo ai nostri figli di studiare e crescere piu’ facilmente. La corretta distribuzione del denaro in funzione del lavoro e dei compiti svolti associata al giusto prelievo fiscale, sono tra i fondamenti di una societa’ civile. L’alternativa e’ la legge del piu’ forte e del piu’ furbo. Oggi in Italia vige quest’ultima. Risolvere questo problema non e’ solo necessario, e’ assolutamente indispensabile.
Mi sarebbe piaciuto ascoltare parole di questo tipo. Mi sarebbe bastato per avere la sensazione che dopo l’ennesimo buco nella cintura le cose sarebbero andate diversamente. Questo avrebbe voluto dire che il professionista che rifiuta di fare ricevute e dichiara redditi di poverta’, non avrebbe passato la prossima estate alle Eolie sulla sua barca, ma si sarebbe avviato ad avere un incontro fatale con il suo destino di mariuolo. ![]()
Invece queste parole non sono state dette. La meta, vicina o lontana che fosse, e’ rimasta confusa fre le nebbie di centinaia di interessi particolari e corporativistici. Lotte senza quartiere su futili argomenti e polemiche da guitti d’avanspettacolo, sono state il vero segnale che e’ giunto alla gente. L’interesse del Paese, con la p maiuscola per una volta, e’ diventato un argomento oscuro e mistico come la transustanzione. Riprendere questa situazione per l’attuale governo e’ difficile se non impossibile. Chi ha un minimo di esperienza ha gia’ riconosciuto i segni premonitori di una crisi prossima ventura. Questo paese si accinge a ritornare alle cure sapienti di chi lo ha gestito negli ultimi cinque anni. Se la volta precedente e’ stata dura, la prossima non offre speranze di redenzione. La notte che sta per iniziare sara’ lunga e fredda.
Pero’ c’e’ ancora qualcosa da fare. Il frangente e’ simile quella di una squadra di calcio che a venti minuti dalla fine perde quattro a zero. In questa situazione si cerca di mettere a segno almeno il gol della bandiera. Il gol in questione si chiama legge elettorale. La legge elettorale attuale e’ un’infamia. Da queste pagine lo si e’ ripetuto cosi’ spesso da far assurgere la questione a livello di maniacale patologia.
Si puo’ e si deve cancellare questo abominio dai libri della legge di questo paese. Farlo vuol dire restituire alla gente un paese piu’ democratico. Se si e’ fallito in altro, questo sarebbe un fiore da mostrare quando nella mente delle persone l’indulto, l’ignobile sarabanda su tassisti e medicinali al supermercato e legge finanziaria, avranno consistenza piu’ eterea.
Non farlo farebbe intendere che degli aspetti piu’ perniciosi di tale legge si vuole trarre indegno profitto, negando la rappresentanza popolare, in favore di mogli, fratelli, amanti e servi di partito. E se le cose stanno cosi’, per me non c’e’ piu’ legge che tenga. Vale solo quella del piu’ forte. I deboli sono avvisati.
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