L’appuntamento di Saddam Hussein con il fato era stato fissato con largo anticipo. Appena uscito dalla buca nella quale si era nascosto era chiaro che la destinazione del suo viaggio, lungo o corto che fosse, sarebbe stato il piazzale Loreto di Baghdad o comunque si chiami.
Non esprimero’ opinioni sulle sue colpe. Stragi, guerre cruente e disinvolto utilizzo di gas tossici, sono fatti storici, tatuati sui corpi morti o mutilati di uomini, donne e bambini. Io non so con certezza se sia stato lui l’artefice primo di tali scelte. Nello stesso modo non so con certezza se fu Hitler ad orchestrare lo sterminio di milioni di vite. Pero’ delle volte non si puo’ pretendere di essere certi aldila’ di ogni ragionevole dubbio. Occorre credere per approssimazione, altrimenti si rischia di diventare degli agnostici della storia, rifiutando di esprimere ogni opinione.
In ogni caso di una cosa sono certo, non sono le sue colpe, reali o presunte, a mettergli il cappio alla gola. Per quelle la morte sarebbe una punizione leggera, una sorta di multa con la perdita di un paio di punti sulla patente. Le cose che segneranno il destino di Saddam Hussein saranno da una parte la necessita’ dell’attuale governo iracheno di decapitare il gruppo di fedelissimi all’ex Rais, dall’ altra il desiderio degli Stati Uniti di far scendere la tenebra su di un conflitto scatenato sull’onda della rabbia per la tragedia del 2001 o, peggio, per occulti motivi di opportunita’ politica.
Non sono qui a piangere la vita di Saddam Hussein. La mia pieta’ non giunge a questo punto. Sono qui a constatare tristemente che, nonostante il grande progresso della tecnologia, gli uomini rimangono sempre gli stessi e sempre lo stesso rimane il loro modo di chiudere con il passato.