Sono in overdose di tranquillanti e non ho voglia di fare un cazzo. Con il consenso di chi ne detiene i diritti, vi presento un mio racconto breve. Non ci sono cazzi e mazzi e nessuno viene bruciato da lanciafiamme. Gli amanti del genere non si devono preoccupare. Lanciafiamme, cazzi e mazzi non mancheranno mai su queste pagine fino a che esistera’ il primo emendamento.
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E’ domenica. Ametista conta le piccole macchie di colore sulla sua gonna. Ogni tanto si confonde e ricomincia. Dopo un po’ deve smettere. Tenere fisso lo sguardo in un punto mentre la macchina si muove le provoca un leggero senso di nausea. Almeno lei pensa che sia dovuto a questo.
In genere preferisce i pantaloni, specialmente quelli militari con qualche buco e grosse tasche. Stamattina ha pensato che forse avrebbero dato un po’ troppo nell’occhio. Ha preso dall’armadio quella bella gonna comprata con la sorella e conservata per un’occasione speciale. Poi ha messo una camicetta leggera color pesca. E’ alta e snella e sta bene anche con le scarpe basse. I colori le donano. E’ giovane, ma vestita cosi’ sembra una ragazzina.
Rubino guida con calma, è molto concentrato. Stamattina si è rasato con cura e ha messo abiti molto comodi. Ha un bel fisico, armonioso e robusto. In genere tutto quello che indossa gli sta bene. Dà l’impressione di essere molto forte. Chi lo conosce sa che è vero. Ogni tanto guarda nello specchietto, non fa manovre azzardate e ascolta con attenzione il notiziario alla radio.
Quando inizia la pubblicità si gira verso Ametista e le chiede se va tutto bene. Si è accorto che è diventata pallida. Lei un po’ si vergogna di dirgli che si è sentita male per la macchina ma non vuole che pensi che ha paura. Lo guarda e gli dice, calma, che va tutto bene. Lui trova il tempo di distogliere lo sguardo dalla strada per osservarla meglio. Sa con precisione quello che sta accadendo ma non c’è più tempo di parlarne. Ametista vorrebbe accendere una sigaretta ma pensa che Rubino gliela farebbe spegnere. Nei giorni che hanno vissuto insieme ha capito che è molto disciplinato. Gli direbbe che fumare diminuisce la concentrazione e riduce la percezione visiva. E’ una giornata di maggio. C’è il sole, non è umido. La visibilità e’ eccezionale. E’ ancora presto e per strada ci sono poche macchine. Ad un semaforo si affiancano ad una station wagon. Probabilmente una famiglia che va a fare una gita. Dietro ci sono due bambini. Ametista li guarda e sorride. Pensa alle sue sorelle ed ai loro giochi infiniti nel giardino della sua casa. Al verde le macchine prendono strade diverse. I bambini la salutano. La femminuccia incolla le labbra al vetro e dà un bacio.
Rubino al semaforo ha steso il braccio sul sedile posteriore della macchina per controllare che la borsa sportiva sia chiusa. Nella borsa ci sono un fucile automatico AK47, sei caricatori, quattro granate, due pistole e due caricatori di riserva.
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Al parcheggio, Rubino ferma la macchina in un posto tranquillo. Non si preoccupa di trovare un posto comodo per ripartire velocemente perché, comunque vada, la macchina rimarrà lì. Dopo aver dato uno sguardo in giro si ferma e attende qualche secondo. Non c’è nessuno. Quello è un parcheggio utilizzato da uffici chiusi nella giornata festiva. Poco lontano c’è un cane. Ha il collare ma sembra solo.
Senza dire una parola Rubino apre la borsa. Ametista gli da la sua e le due pistole e due granate passano nella sua borsetta. Rubino le prende una mano, la guarda, sorride. Ametista un po’ si commuove. Hanno vissuto insieme due settimane. Lei prima lo conosceva solo di fama. Hanno fatto l’amore due volte. Lei aveva bisogno di sicurezza perché aveva paura. Lui lo aveva capito ed era stato molto dolce. Rubino è un professionista. Comunque vada è l’ultima volta che si incontrano. Lei lo bacia, leggermente, sulle labbra. Lui le dice di scendere. Lei va via con la borsa che le batte lungo il fianco. L’appuntamento è a dieci minuti di strada. Il cane si avvicina e l’annusa. Lei vede che ha una medaglietta, si chiama Billie. Tira fuori le sigarette. Ne accende una e dà una lunga boccata. Guarda l’orologio. C’è tutto il tempo. Si avvia lentamente. Ora è sul posto. E’ in centro e ci sono molti turisti. Ametista guarda all’angolo vicino all’edicola e vede Smeraldo. Topazio è ferma vicino al telefono pubblico. Non sa dove sia Diamante e non lo vede in giro. Diamante darà il via all’operazione.
Ha paura. Si siede sulla panchina e accende un’altra sigaretta. Guarda il portone e vede un paio di ragazzi. Uno dei due si volta e i loro sguardi si incrociano. E’ carino, scuro di pelle con i capelli neri, deve essere uno del sud. Lui la guarda, le sorride. Lei lo ricambia automaticamente. Gli piace. Deve avere la sua età, forse un po’ più grande. Lui si è accorto del suo interesse ed inizia a fare il fanatico con il suo amico. Si spintonano leggermente e si dicono qualcosa che lei non riesce a sentire. Lui la guarda di nuovo. Lei regge lo sguardo. In quel momento prova ad immaginare come sarebbe stata la sua vita se non avesse fatto una scelta così estrema. Forse avrebbe conosciuto un ragazzo come quello e si sarebbero sposati. Avrebbero avuto un sacco di regali inutili ed una casa piccola, per iniziare. A lei sarebbe piaciuto avere una bambina, come quella della macchina. Forse lui sarebbe stato un buon padre. Sarebbe ingrassato un po’, avrebbe smesso di guardare le altre e avrebbe voluto bene ai suoi bambini. Per un momento Ametista spera che Diamante non arrivi o che decida di rinviare. Per la prima volta sente il peso reale della sua borsa. Per la prima volta ha la percezione reale della strada sulla quale si è incamminata. Ora vorrebbe avere qualche minuto in più per riflettere, per scegliere da quale parte stare, per decidere se veramente partire per quel viaggio.
Il ragazzo riprende a parlare con il suo amico, sono appoggiati ad una macchina grigia ferma sotto il portone. Ametista ha un brivido. Mentre i due scherzano al ragazzo bruno si è aperta la giacca e ne è spuntata una fondina. Nella macchina, sul cruscotto, vede una paletta. Sono la scorta. Il suo nuovo amico fa per avviarsi verso di lei, ha un sorriso bellissimo. Ametista si irrigidisce e si guarda in giro. Il ragazzo si ferma. Il collega lo ha chiamato. Ametista non ha il tempo di sentirsi sollevata. Vede il Professore uscire e, subito dopo, Diamante, sull’altro lato della strada.
I due uomini sono chini sul cofano della macchina. Il posto è stato sgombrato da curiosi e giornalisti e adesso è recintato con il nastro bianco e rosso. Lo stesso che si usa per i cantieri. Le ambulanze con i feriti sono partiti. Gli uomini della scientifica hanno iniziato i rilevi. I morti sono rimasti a terra. Il più anziano ascolta il rapporto del più giovane mentre guarda i documenti poggiati sulla macchina.
“Per quello che abbiamo potuto capire fino ad ora erano da quattro a sei. Disposti in modo da non intersecare le linee di tiro. Armi semiautomatiche e granate. Almeno un paio di loro gente esperta. Il Professore ha incassato due o tre raffiche, dai dodici ai quindi colpi. Quando lo hanno caricato respirava ancora. Il brigadiere è andato. Il ragazzo era ancora vivo ma lo hanno preso alla testa. Loro ne hanno lasciati tre, tutti morti. Considerata la sorpresa i nostri hanno fatto un buon lavoro. Quella aveva i documenti nella borsetta. Sembrano buoni, ma stiamo controllando. E’ una certa Almiraghi Maria Teresa, ventotto anni”.
L’altro ascolta e si guarda in giro. Alza gli occhi. La giornata è bella, nonostante tutto.
Almiraghi Maria Teresa è supina. Un braccio è steso sotto la macchina dietro la quale ha tentato di ripararsi. La camicetta pesca è macchiata di sangue. Ha perso una scarpa. La gonna con le macchioline si è alzata sul busto. Le gambe, senza calze, sono bianche. L’anziano chiama la macchina e prima di salire fa cenno al giovane funzionario:
“Se la scientifica ha finito i rilievi su quella, la faccia coprire per favore”
Il funzionario lo guarda e per un istante restano in silenzio. L’anziano lo fissa e senza aggiungere altro chiude lo sportello.
Qualcuno, nonostante tutto, ha acceso una radio per sentire i risultati delle partite e, a quanto pare, la Juve perde in casa. Questa si che è una sorpresa.
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Prima di cominciare ci vogliono un paio di puntualizzazioni perche’ il titolo e’ forte e non voglio essere frainteso.
Io sono stato comunista. Comunista veramente non come quei coglioni al bromuro che abbiamo votato alle ultime elezioni. La vita e la conoscenza diretta del mondo ex-sovietico, hanno attenuato la rigidita’ delle mie posizioni. A me va anche bene che non esista piu’ un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Pero’ a questo punto diventiamo tutti imprenditori. Tu che hai l’azienda di servizi ed io che faccio le analisi di marketing siamo allo stesso livello. Si fa un contratto di due anni, al termine del quale possiamo decidere se rinnovarlo o meno. Pero’ per due anni devo percepire almeno tremilacinquecento euro al mese. Con questi soldi ci pago tasse, contributi e sostentamento. Con quello che resta devo costituire un fondo per il tempo nel quale corro il rischio di non lavorare. Al termine del periodo di contratto le condizioni possono essere rinegoziate. Questo farebbe nascere un vero e proprio mercato del lavoro utilizzando lo stesso meccanismo che ha fatto nascere e sviluppare il mercato di quei coglioni di giocatori di calcio.




