Un paio di giorni fa sono arrivati all’aeroporto di Fiumicino, i resti mortali di Gregory Summers, ucciso all’eta’ di 48 anni con un’iniezione letale. L’uomo, morto alla fine del mese scorso, era stato accusato di aver sterminato la famiglia per incassare il premio dell’assicurazione nel 1990 ed era stato detenuto per quindici anni in Texas. La custodia della salma, che verra’ inumata nel cimitero di Cascina, vicino Pisa, era stata richiesta dagli alunni della Scuola Elementare Luigi Russo, di Navacchio, una frazione di Cascina. I bambini erano in corrispondenza con Summers da tempo e, con una colletta, hanno soddisfatto il desiderio del condannato di essere seppellito vicino a loro. (Fonte: Ansa News in English).

Sono sempre stato contrario per principio alla pena di morte. Da uomo di sinistra non poteva essere altrimenti, anche se il paese del Sole dell’Avvenire, ha sempre fatto orecchie da mercante sull’abolizione. In questi ultimi tempi voglio confessarvi un ripensamento che mi sta facendo riflettere seriamente sulla faccenda.
La pena di morte non e’ un deterrente. Se lo fosse, Cina e Stati Uniti sarebbero il paradiso della legalita’. Non e’ cosi’. Mi fa senso pensare alla pena di morte come strumento per diminuire le spese di detenzione. C’e’ qualcuno che osa affermarlo. Il Signore lo perdonera’, io ne faccio a meno. La pena di morte non ha valore educativo. Gli effetti educativi sul condannato, se presenti, non avranno modo di essere apprezzati. Per chi sta fuori e si accinge a commettere un reato, l’unica valenza educativa e’ quella relativa alle precauzioni da prendere per non lasciare testimoni.
Diciamoci la verita’: la pena di morte e’ una vendetta.
Qualche tempo fa, ho ascoltato a Radio24, la testimonianza di un senatore statunitense, di cui non ricordo il nome, che da bambino aveva subito l’assassinio dei genitori e lo stupro della sorellina. La cosa si era svolta in modalita’ brutale anche per un fatto di per se gia’ orribile. I criminali avevano prima costretto i genitori ad assistere alla violenza sulla bambina, poi avevano costretto i bambini ad assistere all’assassinio dei genitori ed infine avevano abbandonato la casa convinti di aver assassinato anche i piccoli. Uno di questi criminali era stato catturato, giudicato colpevole e giustiziato, venti anni dopo il fatto. La sorella del senatore aveva voluto assistere all’esecuzione perche’ era ancora tormentata dal desiderio di vendetta.
Ecco il punto. Voglio che si sia uno solo, uno solo di quelli che legge che abbia il coraggio di dire con sincera convinzione che se una cosa del genere fosse capitata a lui o a lei, non avrebbe sentito un prepotente desiderio di vendetta.
Il desiderio di vendetta, che molto spesso di traveste da desiderio di giustizia, e’ una componente ineludibile della nostra formazione culturale. Sul desiderio di vendetta e sulla vendetta in generale, il giudizio culturale resta sospeso. La morale Cristiana la aborrisce. Quella Musulmana e quella Ebraica sono decisamente possibiliste. La morale laica si pronuncia di volta in volta, a seconda di chi sia ad esercitarla e di chi ne sia vittima.
L’unica cosa certa e’ che la vendetta e’ un lavoro sporco. Quello che in questo periodo mi chiedo, senza essere in grado di darmi una risposta: Non e’ giusto che a fare questo lavoro sporco ci pensi lo Stato?