Il meccanico mi dice che la macchina e’ a posto. Mi viene in mente di chiedergli se ha controllato la pipetta della candela che faceva contatto ma poi sto zitto. Prima o poi mi faranno la cartella per il timore che ho di fare domande a un tipo incazzoso. Mentre lui si allontana per prendersi cura di una macchina molto piu’ nuova e molto piu’ bella, io mi dedico ai controlli che sulle macchine di ogni dimensione spettano al pilota. La pressione dei ruotini e’ un po’ bassa. Ieri ha piovuto parecchio ma il terreno ha drenato bene. Il supporto della vela e’ a posto. Il gancio di sicurezza attaccato. I bulloni sono tutti in segnatura, il serbatoio e’ pieno, i tiranti in ordine. C’e’ qualche centina della vela un po’ moscia, ma oggi non c’e’ vento. Temperatura 11 gradi, pressione in aumento. Niente termiche. Visibilita’ illimitata. Un gran giorno per volare.
Stamattina e’ un vero lusso. Martedi’, giorno lavorativo, tutti a darsi da fare per l’aumento del PIL. Al campo siamo solo io e Lorenzo, ma lui con le macchine e i motori ci guadagna, quindi sta lavorando. Mi siedo nella culletta controllo cinture e casco, apro il carburante,do un occhiata e un urlo "Via dall’elica", piu’ per disciplina che per necessita’. Uno strappo e il motore parte al primo colpo. Lorenzo non si volta nemmeno. Per lui era matematico.
Mi faccio una bella rullata fino a testata pista. La manica a vento non da’ segni di vita. Col terreno pesante meglio un decollo frenato. Imballo il motore per provarlo un po’. Lorenzo e lontano, ma sono sicuro che sta scuotendo la testa. La pista e’ diritta davanti a me. Centosessanta metri di terra battuta. Una freccia marrone verso il cielo azzurro.
Volare mi fa paura, e volare su un deltaplano a motore mi fa paura ancora di piu’. Sei appeso a un ala di plastica, un motore da tosaerba e 4 o 5 tubi simili a quelli che sostengono il divieto di sosta. Non c’e’ protezione dal vento e dal rumore, soprattutto dal rumore. Pero’ vi assicuro che ne vale la pena.
Mi ripasso cosa fare nel caso il motore si fermi in decollo. Mi dico per l’ennesima volta che se accadesse me ne dimenticherei sicuramente, do gas fino in fondo, lascio il freno e incomincia il balletto. Non mi preoccupo, tanto l’orologio l’ho perso gia’ ieri e gli occhiali sono sotto il casco. La barra, lentamente, si allontana. Io l’accompagno e nel giro di pochi secondi le vibrazioni si arrestano di colpo. Ho staccato.
Il decollo e’ la parte piu’ drammatica del volo. Si passa da un mondo all’altro nel giro di secondi e non ti ci abitui mai. Il motore gira bene, richiamo la barra, prendo velocita’ ed inizio una virata in salita. Senza vento e senza turbolenze mi sembra di scivolare su un binario. Faccio dei lenti e larghi 360. Grazie all’inclinazione quasi impercettibile, mare, montagna e campi mi sfilano davanti senza nessuna deformazione. Il sole e’ ancora basso e quando la prua punta a Est, mi abbaglia per un attimo. Mi sembra di aver visto degli uccelli a ore tre, guardo di nuovo. Non ho nessuna voglia di frullarne uno, scassare elica e cinghie e scendere a terra in avaria motore. Sono certo che Lorenzo mi farebbe pulire tutto a me prima di mettere mano e la cosa non mi entusiasma.
Ho fatto quasi milleduecento piedi di quota. Qui non potrei volare, e’ gia’ regno di aerei veri. Ma fortunatamente da queste parti non passa mai nessuno e non riesco ad immaginarmi come potrebbero farmi la multa. Fermo il motore. Silenzio. Non lo faccio spesso ma ora ho quota, efficienza e condizioni meteo che me lo consentono senza rischi. Oltre al fruscio dell’aria sulla vela sento una moto, un clacson, un cane che abbaia e due persone parlare a voce alta. Cerco di individuarle, ma dall’alto la geografia e’ diversa e non riesco a vederle. Nel corso delle mie larghe virate discendenti mi appare il corso del fiume e il nastro dell’autostrada. Dietro le montagne c’e’ una servitu’ militare. Sorvolo interdetto. Qualche anno fa non c’era problema a farci un voletto su. Ora ho paura che mi abbattano con i missili. Le montagne sono azzurre e fredde. Sembra che il mondo sia deserto e silenzioso. Se ne avessi il coraggio chiuderei gli occhi e lascerei andare il delta dove vuole.
Prima di scendere sotto quota di sicurezza do uno strappo al motore per riavviarlo. Una volta, due volte. Niente. Mi incomincio a emozionare all’idea di un atterraggio di emergenza, e guardo il campo per stimare distanza e posizione. Probabilmente dovrei fare almeno un paio di virate per mettermi in sentiero e non sono certo di avere quota sufficiente per arrivarci. Mi sa che se il motore non parte mi tocca atterrare nel cortile di qualcuno. Aspetto un attimo prima di dare il terzo strappo e poi, pensando a Lorenzo, do un colpo secco. Uno sbuffo bianco e’ l’allegro rumore di falciatrice riprende ad assordarmi. Come amo i motori a scoppio. Dopo poco sono in linea con la pista, tiro leggermente la barra per prendere velocita’, tolgo motore e scendo. Quando sono quasi a terra vado in stallo controllato. La macchina sobbalza un paio di volte. Il fatto del motore mi ha un po’ scombussolato e ho stallato troppo alto. Quando rullo fino all’hangar e finalmente spengo il motore, Lorenzo che si e’ goduto tutta la scena, si toglie un attimo la sigaretta di bocca solo per dire: "Che atterraggio di merda". Bello essere a casa.
Ho scritto anche Mare. Quello e’ un po’ per specialisti. In arrivo Terra e Fuoco. Se interessa, ripassare.
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