Io sono un privilegiato. Giovanni e’ mio cugino e lui nel legame di sangue ha fede assoluta. Questo mi mette al riparo da un sacco di problemi perche’, benche’ Giovanni sia una sorta di levriero umano fatto solo di muscoli snelli, tendini e ossa, e’ un grandissimo figlio di puttana, ed e’ meglio non avercelo contro. E’ alto, capelli rasati a zero, abbronzato ai limiti della combustione. Come tutti noi, indossa solo un paio di calzoncini e i pesanti scarponi da lavoro. Camicie e magliette sono state riposte in vista di quello che ci attende. Mentre accende l’ennesima sigaretta, distribuisce i compiti. Prima di iniziare mi ha guardato un attimo senza parlare. Quando arriva il mio turno mi fissa negli occhi e dice una sola parola: "Stiva".
E’ l’estate del 1977. Ho chiesto a mio zio di lavorare per lui per mettere da parte i soldi per il mio Boxer Piaggio. Mio zio ha nicchiato un po’. Ha una ditta che si occupa di sbarcare ed imbarcare carichi sulle navi al porto della mia citta’. Io sono l’intellettuale di famiglia. Non gli serve un letterato. Giovanni invece e’ stato entusiata. Ha una strana attrazione per questo cugino che passa le notti a leggere libri. Lui e’ piu’ grande e lavora come un pazzo. La notte del sabato la passa ballando. In famiglia si dice che sia malato per le donne. Beve e fuma senza ritegno. E’ lui a decidere di farmi salire a bordo di Tommaso. Io, che non ho ancora nemmeno la patente, in due settimane ho imparato a guidare un bestione completamente giallo, un carrello elevatore Caterpillar con una tartaruga che corre disegnata sul fianco. Il nome glielo ha dato quello che lo usava prima. A me piaceva e ce l’ho lasciato.
Tommaso e’ la cosa piu’ strana su cui sia mai salito. Prima di tutto sono le ruote di dietro a girare. Questo lo rende maneggevolissimo negli spazi ristretti, ma estremamente instabile, anche per colpa del baricentro che si sposta in funzione del carico e dell’altezza al quale lo porti. Vicino allo sterzo ha due leve. Con una si decide la marcia avanti e quella indietro. L’altra ha tre scatti. Folle, marcia ridotta e marcia veloce. La frizione c’e', ma non si usa. Altre due leve sono di fronte. Con una si alzano e si abbassano le forchette. Con l’altra se ne modifica l’inclinazione. Ma la cosa piu’ forte di Tommaso e’ il motore. Sara’ un diesel di cilindrata enorme, un 4000 almeno. Al pilota non viene risparmiato nulla. Rumore e calore del motore non hanno alcuno schermo. Completa il quadro una marmitta curiosamente agganciata ad uno dei montanti del tettuccio.
Mio zio guadagna lavorando per quei comandanti che male sopportano i carissimi prezzi giornalieri degli ormeggi. Questo vuol dire lavorare di notte e tutti insieme. In modo da fare il prima possibile. In genere ci si divide. Un gruppo sulla banchina mette a posto il carico poggiato dalla gru’. Un altro gruppo si cala nelle enormi stive delle navi per portare il carico sotto il portellone in modo che la gru’ possa sollevarlo. E’ un lavoro difficile. La stiva e’ stretta e in genere ci lavorano il doppio dei carrelli che ci potrebbero entrare. Ho visto gente svenire per il caldo, il rumore e la disidratatazione. Stasera Giovanni ha deciso che mi vuole laggiu’ con lui.
Quando scendo la rampa per entrare nella stiva, facendo attenzione a non uscire dai segni, la prima cosa che mi colpisce e’ il caldo. Il carico e’ composto da balle di legname. In qualche punto del suo viaggio il legname si deve essere bagnato e la stiva e’ completamente satura di umidita’. Un agosto feroce e i motori dei quattro carrelli che gia’ lavorano di sotto hanno fatto il resto. Gli occhiali mi si appannano immediatamente e sono costretto a togliermeli. Per fortuna non sono ancora quella talpa che poi sono diventato. Il frastuono e’ totale. Sembra che al mondo esista un unico suono, il rombo dei motori. L’aria e’ quasi irrespirabile per i gas di scarico e nella scarsa luce dei recessi meno illuminati della pancia della nave saettano le luci dei faretti che montiamo sul tettuccio.
Rimango completamente paralizzato, con il piede schiacciato sul freno e le mani strette sullo sterzo che e’ gia’ diventato viscido e caldo. Mi viene paura di essere claustrofobico. Non mi e’ mai successo prima, ma non mi sono nemmeno mai trovato in una situazione del genere. Vedo uno degli addetti allo scarico agitarsi ed indicare l’interno della stiva. Non capisco. Alla fine credo che voglia che liberi la rampa e mi decido a fare l’ultimo tratto. Appena sceso, non sono piu’ sotto il portellone e perdo la vista del cielo notturno. Intorno c’e’ solo calore, rumore e carrelli che corrono sfiorandosi. Vengo scosso da un urto potente. Qualcuno mi ha tamponato. Non faccio nemmeno in tempo a girarmi che mi trovo il braccio di mio cugino che mi scuote la spalla e la sua bocca a due centimetri dal mio orecchio. C’e’ talmente tanto rumore che nemmeno cosi’ riesco a capire quello che grida. Alla fine lui si incazza, mi gira la testa e mi guarda con occhi che mi sembrano di fuoco. In piena faccia mi grida: "vai, Vai, VAAAAAI".
Tre ore dopo sono fuori. Le balle di legno sono ordinate per bene sulla banchina di carico. Per la prima volta mi accorgo che quel legno africano ha un profumo esotico fortissimo che si spande prepotente nella notte. Sono seduto a bere la mia terza minerale di seguito. Non credevo che il mio corpo potesse sopportare tanto calore. Non credevo che si potesse sudare tanto. Giovanni si avvicina e si siede affianco a me. Siamo ancora rintronati dal rumore e non servirebbe a molto parlare. Lui e’ completamente ricoperto dal nero dello scarico oleoso dei carrelli. Mi guardo un braccio e vedo che lo sono anch’io. Mi poggia una mano sulla spalla e ce la tiene. Con l’altra mi passa la sigaretta che stava fumando. Le luci da lavoro sono spente. Se qualcuno guardasse dal mare calmissimo che abbiamo di fronte, vedrebbe solo la brace rossa di una sigaretta accesa.
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