La Stufa Elettrica ed il Futuro del Mondo
Ieri mattina mi e’ stata affidata una difficile missione. Una persona che mi conosce bene, sa quanto ho studiato e quali siano le mie eccezionali competenze tecniche in ogni settore dello scibile umano che abbiano a che fare con lo scambio energetico, il decadimento delle particelle ed il mistero della transustazione, mi ha incaricato di comprargli una stufetta elettrica. La missione si presentava difficile per una serie di fatti misteriosi. Perche’ il committente, che chiameremo X, ha bisogno di una stufetta? Da quel che mi risulta la signora X dispone di un bello e confortevole appartamento termoautonomo. X, interrogata in merito, a domanda risponde: "Perche’ i termosifoni quando sono accesi non si fanno rossi". Di fronte ad una visione cosi’ zen della problematica del riscaldamento nulla posso eccepire. L’altro quesito che mi sono posto prima di iniziare il task e’: "Dove comprarla?". L’ideale e’ un posto dove non si sia costretti ad interfacciare un umano in fase di scelta. Non so perche’ ma l’idea che qualcuno possa pensare che un omaccione come me abbia simili debolezze termiche e’ lesiva della mia dignita’ virile.
Individuo sulla mappa strategica tre centri commerciali a breve distanza, definisco le rotte ottimali, indosso lo zaino tattico e parto a bordo di Ottobre Rosso, sfidando il traffico caotico del 23 dicembre mattina.
Appena giungo al piu’ vicino centro commerciale, dopo aver scansato due babbe Natale in minigonna e calze a rete che distribuivano caramelle di incerta provenienza, entro nel tempio dell’elettrodomestico. Qui mi trovo di fronte ad una scena da fuga americana dal Vietnam. Centinaia di persone con i carrelli carichi di elettrodomestici si accalcano alle casse per cercare di fuggire prima che i Vietcong li privino dei loro indispensabili beni. La confusione mi fa gioco e raggiungo, completamente mimetizzato, il settore stufette. Mi accingo alla scelta con tutta la diffidenza che un fisico ha per una forma di energia cosi’ indisciplinata ed indisciplinabile come il calore.
Poco dopo ho raggiunto una triste conclusione. Tutto il materiale esposto, ancorche’ di prezzo bassissimo, e’ di infima qualita’ costruttiva. A palese disprezzo dei marchietti di qualita’ e di certificazione esposti, tutto sembra assemblato con disordine e fretta da uno che non ha capito cosa stava costruendo e che non ha la minima idea della destinazione finale dell’oggetto. Tutti gli oggetti sono accomunati da una targhetta che ne denuncia la fabbricazione in PRC. No, berchinotti e rifondazione comunista, una volta tanto, non hanno colpe, il PRC sta per People’s Republic of China. La cosa non cambia se ci si rivolge ad oggetti marchiati da ditte famose. Aldila’ dell’imballo e del libretto di istruzioni, la stufa e’ la stessa e costa solo qualcosa in piu’. Superato l’imbarazzo di dover interagire con un umano, vengo informato da un esasperato commesso, a cui la direzione ha imposto un ridicolo cappello da babbo Natale con le stelline luccicanti, che di meglio non c’e’ perche’ la gente "non vuole spendere troppo per certe cose".
L’esito della ricerca e’ lo stesso negli altri due centri visitati. Alla fine mi decido a comprare qualcosa di molto simile a quella in figura la cui confezione, colmo dei colmi, e’ troppo grande per lo zaino tattico e sono costretto a rientrare alla base in moto con questa stufetta che sporge dallo zaino, dando ai miei divertiti concittadini nuove occasioni per indulgere nel vizio del gioco del lotto.
Devo dire che, piu’ in generale, questa esperienza si applica a molte delle cose che ho comprato negli ultimi anni. Magliette, scarpe, elettronica, tutto materiale dal prezzo abbastanza contenuto ma di qualita’ palesemente scarsa. Viene da chiedersi perche’ uno deve risparmiare comprando una cosa scadente? Forse per conservare il danaro per comprare un’altra cosa scadente, per poi alla fine dell’anno, mettendo insieme tutto quello che si e’ risparmiato comprando cose scadenti, fare una viaggio organizzato in un club della Repubblica Domenicana, dove mangiare cose scadenti, farsi foto con macchinette scadenti e farsi il bagno in un mare che ormai sembra quello di Riccione.
Questo e’ solo uno degli aspetti della Globalizzazione, la magica parola che e’ stata inventata per farci immaginare un mondo che, pur rimanendo frammentato sul piano della politica e dilaniato da guerre immonde, e’ fraternamente unito nel nome della saccoccia.
Quando si tratta di importare merci scadenti sulle quali fare grossi ricavi dalla Cina Popolare, nessuno pensa a ricordare Tien an Men o le 10.000 (diecimila) sentenze di morte eseguite ogni anno in Cina. Anzi si va in Cina a chiedere di fare da parter privilegiati.
La Cina e’ un’opportunita’, ma per chi? Quando uno compra una stufetta da 15 euro chi fa l’affare? Non certo chi la compra. Per quella cifra ha un oggetto mal costruito, insicuro e che durera’ pochissimo. Molto probabilmente si andra’ incontro ad una sindrome simile a quella dei bambini al cospetto dei regali di natale. Non fa un affare nemmeno la collettivita’, quella stufa e’ rischiosa, statisticamente provochera’ danni ambientali e sanitari che dovranno essere pagati da tutti. Gli unici a fare un affare sono gli sfruttatori cinesi e gli importatori italiani. Gli stessi che traggono vantaggio dalla globalizzazione sfruttando l’immigrazione per tenere basse le paghe e spostando gli stabilimenti all’estero per pagare quattro soldi il lavoro qualificato. Ci rifletta chi non si sa spiegare questa accelerazione incontrollata dell’ammissione sospetta di nuovi stati alla comunita’ europea.
La mia impressione osservando questo gigantesco affare di stufette, e’ che il futuro del mondo vede due classi di persone. Quelli che questa roba scadente la fabbricano, la usano e la consumano e quelli che questa roba la vendono. Ai primi la vita riserva una lunga successione di oggetti che non vale la pena di avere, ai secondi il resto del mondo. Pensateci quando comprate il prossimo paio d’occhiali da sole a cinque euro.
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Molti dei poveri che ora comprano cinese non avrebbero mai potuto permettersi altro, in precedenza. Talvolta osserviamo la globalizzazione con lo stesso spirito con il quale i nobili inglesi o prussiani osservavano la Rivoluzione Industriale: volgare e sporca, indubbiamente, ma probabilmente non siamo nella posizione di sentirne i vantaggi, ma ne subiamo direttamente alcuni degli effetti negativi maggiormente visibili.
Comment by John Christian Falkenberg — 24 December , 2006 @ 10:58 am
JCF: Tu dici? Io sono stanco del fatto di contentarsi del poco al posto del nulla. Chi ha deciso la divisione iniziale per la quale qualcuno mi concede qualcosa che e’ mio di diritto? Se uno continua a ragionare cosi’ il lavoro temporaneo e’ meglio di niente, la stufetta da 12 euro e’ meglio di niente, la maglietta in sintetico e’ meglio di niente. E i capitali che si accumulano cosi’? Quelli di chi sono?
Comment by dellefragilicose — 24 December , 2006 @ 11:32 am
DelleFragiliCose concordo con te. Cmq da “vecchio” ops “uomo anziano” come hai scritto in un altro post, dovresti aver compreso il motivo “tecnico” di Tien an Men (ricorda la massa è una gran brutta bestia).
Coloro che “spostando gli stabilimenti all’estero per pagare quattro soldi il lavoro qualificato”, in maggioranza “timorati di Dio” e presenti in prima fila la domenica a messa, compiono, per il loro proprio “parassitario personale profitto”, un reato che grida vendetta agli occhi di Dio, come dai dettami del catechismo (non entro nei particolari prendila per buona), eppure “la morale cattolica” non si fa sentire.
Chi compra cinese se ne deve comprare 5 per averne una alla fine è meglio che compri una che costa qualcosina in più (spende meno).
dfc: a me non interessa se e’ un peccato o meno o se sono cattolici. e’ una vigliaccata. mi basta
Comment by antonella_621 — 24 December , 2006 @ 11:47 am
Credo che il problema sia legato anche al livello di percezione della qualità. Alla fine l’uomo medio non è in grado di rilevare la qualità su una stufetta elettrica (e neanche io, se devo essere sincero). Magari su un paio di scarpe, ma non su una stufetta elettrica.
Insomma, c’è un segmento di mercato per il quale non si hanno i mezzi per fare distinzioni.
Dfc: sai Vortex, non si puo’ apprezzare quello che non si conosce. Se non sai distinguere e’ perche’ forse una stufa fatta beme non l’hai mai vista.
Comment by Vortexmind — 24 December , 2006 @ 11:52 am
Ho una stufetta a infrarossi (quindi non diventa rossa ma solo gialla) simile a quella in foto: gira, ha finanche il telecomando, 3 livelli di potenza, costa 15,90 euro.
Tenuta bassa per chi non ha esigenze particolari e vuole solo riscaldarsi localmente è finanche ecologicamente migliore che accendere i termosifoni, nonostante la mia corrente venga ancora fatta a carbone, sopratutto nelle case del sud italia che notoriamente sono isolate malissimo e hanno dei riscaldamenti autonomi con un’efficienza inferiore a quella di un motore a scoppio, cosa ragionevole peraltro visto che ormai ci avviciniamo al clima sub-tropicale qui a Napoli avendo superato il tal limite di notti sopra i 20°C.
Ad ogni modo è vero, i prodotti scadenti non fanno altro che spingere al continuo ricambio, portando anche enormi problemi di ordine ecologico (la plastica viene fatta col petrolio, durante il trasporto si brucia tanto petrolio), ma come hai avuto modo di notare la scelta è obbligata in questo gioco al massacro.
Peraltro il prodotto di marca italiana costava uno 20 l’altro 25 euro ed era in tutti i casi lo stesso identico modello, cambiava solo il colore, le plastiche erano identiche, sicchè non mi sono fatto fregare.
Questo mi porta a un altro ordine di ragionamenti : spesso la pubblicità del prodotto “di qualità”, “di marca” è una baggianata, perciò a me viene l’orticaria quando guardo la pubblicità del centro-marca (non so se l’hai mai vista).
Tanti marchi del made in italy ormai fanno gran parte in cina, anche le produzioni più di grido, come alcuni prodotti dell’alta moda o cmq marchi di abbigliamento di qualità. Ebbene ti dirò, io da quest’anno vado in posti come il “Decathlon” dove il giaccone da neve ‘quechua’ made in china è bello, comodo, caldo, resistente, costa 38 euro (in saldo di meno) al posto di comprare quello da 200-300 euro. Dopo lunghi test sulla mia pelle mi sono convinto che quello da 200-300 euro è identico, e visto che è fatto comunque in cina (o in vietnam per aggirare le quote sul tessile) deve significare che l’importatore “di alta moda” di turno, per metterci il marchietto, si fotte 200 euro da me, facendomi credere che la qualità è maggiore, non è così.
Per concludere ti voglio pero’ dire che io il fenomeno indo-cinese lo vedo pero’ in maniera molto diversa.
Pare che bisognerebbe andare a Bangalore per vedere con che spirito studiano i ragazzi indiani le cui università hanno ormai ampiamente superato harvard e il mit, che sono solo un ripiego; mentre qui affossiamo la ricerca e nessuno vuole più iscriversi alle facoltà scientifiche, i ragazzi sono bravi solo a spendere i soldi dei genitori e a pipparsi coca in discoteca; lì vengon fuori 6 milioni di matematici l’anno, la rubrica di enigmistica più famosa sui quotidiani che leggono i giovani include una seguitissima rubrica che presenta equazioni da risolvere, mentre io mi leggo la striscia di Dilbert.
Penso di meritare il benessere sicuramente meno di loro.
Avrei voglia di scrivere qualcosa sul mio blog ma so che non avrò la capacità di affrontare l’argomento in maniera interessante per cui forse ne farò a meno, ma il fenomeno certo meriterebbe libri interi.
Ciao
dfc: Caro Johnny, io sarei felicissimo se queste popolazioni ci soppiantassero se il tempo che cio’ accada e’ venuto. Purtroppo ho il sospetto che non si trattera’ di soppiantare una civilta’ con una nuova ma semplicemente di cancellarla. Faranno anche le equazioni per gioco invece che per lavoro, ma se lavorano 360 giorni all’anno e se non hanno danaro sufficiente non li ricoverano in ospedale, allora non si possono definire una civilta’ ed hanno molto da imparare
Comment by Johnny — 24 December , 2006 @ 12:35 pm
…è il naturale processo di eliminazione
dfc: o di selezione naturale?
Comment by Vortexmind — 24 December , 2006 @ 1:05 pm
sei uno sei pochissimi che sa perchè non si dice “piazza Tien an Men”.
dfc: forse non e’ poi cosi’ vero, magari qualcun’altro c’e’
Comment by Anonymous — 24 December , 2006 @ 2:08 pm
Caro L. non sono un poliziotto ma uno dei tanti che ti stima, anche se non sempre ho condiviso quello che hai detto/scritto e quasi mai ho approvato il tuo modo burbero di porti al prossimo. Comunque, visto che ti ritieni una mente superiore, perchè non ti diletti con questa iniziativa della Planetary Society: “Premio di 50 mila dollari alla migliore idea per monitorare l’asteroide. Cosa fare con Apophis? Mandate progetti. Nel 2036 se avvenisse l’impatto sarebbe catastrofico. Ma solo nel 2029 si saprà se costituisce veramente una minaccia seria.” Corriere della sera on line - 24/12/2006.
Ciao, FranZen
Caro forse B.S., anche se non capisco perche’ Franzen, ti sbagli di grosso. Io non mi ritengo, io sono una mente superiore. Per 50000 dollari non mi impegno. Lascio il lavoro a qualche neolaureato che deve guadagnarsi la paghetta.
Comment by FranZen — 24 December , 2006 @ 3:31 pm
concordo con Vortex: il livello di “percezione della qualità” è GLOBALMENTE basso e non solo in riferimento ai prodotti, ma anche e soprattutto all’esistenza umana in generale.
E poi…avete notato che i “riparatori” (di tv, di phon, di stufette elettriche…) sono una specie in via di estinzione?
dfc: quello dei riparatori e’ un fenomeno dovuto anche alla diversa progettazione degli apparati. Quelli buoni sono troppo complessi. quelli scadenti non vale la pena ripararli
Comment by miriam — 24 December , 2006 @ 4:42 pm
La questione è veramente basilare e me la pongo da tempo.
I miei amici mi pendono in giro perché leggo sempre le etichette delle cose (sic!). Tutto cinese, anche quello di marca (la pubblicità del centro-marca mi fa venire i brividi. Devo comprarmi pure la bara di marca secondo loro?).
Oltre al fattore prezzo mi interessa la qualità. Spenderei anche 10 volte di più.
La questione però è: che ci vuole a scrivere un’etichetta?
Chi mi assicura che in un gioco che “non contiene ftalati” essi non siano effettivamente presenti? Come sono fatti sti ftalati? DFC hai per caso qualche foto?
Bisognerebbe fidarsi. Ma io non mi fido.
La questione indo-cinese: io ci sono stato a Bangalore qualche anno fa e posso dirti una cosa. Per ogni indiano genio della matematica ce ne sono migliaia che vivono in condizioni estreme. Inimmaginabili.
E forse è più facile spendere 200 euro per un paio di pantaloni qui perché tanto loro stanno laggiù, chi li vede? Basta un po’ di ipocrisia e due belle fette di prosciutto sugli occhi (anzi, due belle fette di Parma)
Come facciano gli indiani a spenderne 300 per lo stesso paio di pantaloni “made in italy” ma fatto in Cina, per me resta un mistero. Ma è una realtà.
Noi continuiamo a spendere più soldi per il calcio che per la ricerca, quindi dobbiamo stare zitti. Facciamo pena, stiamo alla frutta.
Dopo le feste inizio un bel corso di cinese, quasi quasi…
dfc: consordo sul fatto che il vantaggio di un elite in paesi come Cina e India non si puo’ e non si deve scambiare con il sacrificio di mioni di altri. Non dimentichiamo mai i bambini che vengono combusti in queste fornaci dello sviluppo.
Comment by diabolicomarco — 24 December , 2006 @ 5:48 pm
Credo che Johnny, oltre al caro DFC, abbia centrato una grande verità: spesso i prodotti sono gli stessi ma marchiati e pubblicizzati in modo diverso; così da una parte costano 20 euro e dall’altra 200!
In pochissimi casi ad un maggiore costo corrisponde una maggiore qualità…
In teoria è semplice fare una netta distinzione tra importato con scarsa qualità e sfruttamento del lavoro e nazionale di alta qualità e con lavoro qualificato e pagato in base all’effettiva preparazione del lavoratore; in pratica non è così semplice, anzi spesso non è possibile proprio perchè si tratta dello stesso prodotto a prezzi diversi in base al marchio.
dfc: hai ragione presidentessa, pero’ le leggi che ci stanno a fare? Invece di consentire a tutti di marchiare in modo diverso gli stessi prodotti scadenti, andrebbe imposta maggiore trasparenza.
Comment by spes74 — 24 December , 2006 @ 5:50 pm
Diabolicomarco io non ho mai scritto che in India vivono tutti bene, so benissimo che gli istituti di madre Teresa lavorano ancora a pieno regime e che lì come in Cina c’è il grave problema delle campagne e quant’altro - so bene poi che come dice DFC in Cina non c’è certo una democrazia - : ho solo fatto notare che loro stanno investendo tanto nella ricerca, e che la gente ha tanta voglia di fare sacrifici per conquistarsi un posto al sole: molti meritano sicuramente il benessere più di tanti altri smidollati qui che vivono di rendita; penso che si meritino questo sviluppo e che tirare in ballo cose come il protezionismo sia antistorico.
Se ci sono degli approfittatori che poi fanno il gioco sporco sulle spalle di certa manodopera orientale (vedi griffe di alta moda che mettono solo il marchietto e fanno ricarichi del 2000%) è giusto puntare il dito contro questi, più che additare completamente dei sistema-paese che in 20 anni hanno fatto cose che nel vecchio mondo sono state fatte in 150.
Trovo giusto che mettano un po’ di pepe al culo - come si suol dire - del vecchio mondo.
Detto tra noi proprio in questi paesi i progressi che si fanno in pochi anni sono incredibili. Nel 2003 c’erano ancora le vacche in mezzo alla strada a Mumbai. A bangalore qualche anno fa Bill Gates che andava a investire i primi miliardi era stato accolto come un capo di stato, ora è uno tra tanti che ha disperato bisogno di quei paesi.
Io non ci sono mai stato, ma se tu manchi da qualche anno, mi dicono persone che ci vivono, che se ci torni potresti rimanere molto sorpreso.
dfc:ripeto: io non spero di meglio che queste persone abbiano un livello di vita migliore. Ma a me sembra che piu’ che giungere al nostro livello di vita, siamo noi a modificare il nostro per combattere la loro concorrenza. Questo sarebbe un impoverimento per tutti, non progresso. E ricchezza per i pochi che governano il processo. Non va”
Comment by Johnny — 24 December , 2006 @ 7:02 pm
dfc: era una citazione di una canzone (che non c’entra nulla ma vabbeh) cmq il senso era proprio quello
con le canzoni sono scarsino Vortex, perdonami
Comment by Vortexmind — 24 December , 2006 @ 9:32 pm
Ecco, qui mastichiamo finalmente un po’ della mia materia.
Bene. Sapete cosa posso aggiungere di intelligente a tutto ciò?
Quasi nulla.
La Cina per l’economia è l’equivalente quasi esatto di un sistema di equazioni diofantine: non è possibile determinare una soluzione.
Una volta le economie reagivano all’aggressività straniera svalutando la propria moneta: ciò causava un impoverimento del patrimonio e contemporaneamente un accrescimento della propria competitività, soprattutto umana.
Con la Cina sarebbe impossibile: per competere con essa dovremmo svalutare talmente tanto da renderci vulnerabili a un’invasione economica da parte dei cinesi.
Un’altra possibile reazione sarebbe dirottare le produzioni straniere verso altri paesi sottosviluppati (perchè dire “in via di sviluppo” è una vera stronzata, soprattutto quando a nessuno questo sviluppo interessa davvero) ma sarebbe come riparare il cavallo di un pantalone con la pezza tolta da un gambale: il buco resta, e prima o poi s’allarga.
Io vedo un’unica soluzione: quella etica.
Imporre dei dazi non serve a nulla, bisogna proibire l’accesso di merci che non siano prodotte nel rispetto dei diritti dei lavoratori.
In buona sintesi, sei un’impresa cinese/rumena/indiana? Vuoi vendere in Italia? Bene, devi garantire che i tuoi lavoratori operino in condizioni di sicurezza, siano in maggioranza assunti a tempo indeterminato, godano di un sistema previdenziale, abbiano diritto a ferie retribuite e alla malattia, abbiano diritto di far parte delle associazioni sindacali, siano coperti da un risarcimento in caso di infortunio; devi inoltre garantire che le tue produzioni rispettino le norme internazionali, che i tuoi rifiuti non siano causa di inquinamento ambientale e vengano trattati opportunamente, che le tue macchine siano sottoposte a manutenzioni periodiche, che i tuoi prodotti siano atossici e sicuri etc. etc.. Sei in grado di garantirlo? Ottimo, allora ti manderò una verifica che verrà operata da una struttura trasversale alle nazioni, e sarai obbligata a ricertificare la tua posizione ogni anno.
Così facendo, non si risolverebbe completamente il problema della nostra competitività: un gap simile verrebbe ridotto ma rimarrebbe. Si risolverebbe invece il problema della schiavitù moderna in quanto, se noi ci lamentiamo del contratto a progetto (giustamente, aggiungo) in quelle parti del mondo anche solo quello sarebbe un traguardo.
Vi assicuro che non ci vorrebbe tanto, è solo una questione di volontà.
Che non c’è, visto che le persone che dovrebbero mettere in piedi questo sistema sono le medesime che traggono benefici dalla sua assenza.
dfc: mio erede. e’ esattamente la mia posizione, differisce solo nell’implementazione. La tua, probabilmente, e’ piu’ semplice. Se vai a leggerti qualche mio vecchio post sulla globalizzazione, io mi auspicavo l’esazione di un dazio i cui proventi, pero’, si sarebbero dovuti investire nel paese esportatore per la costruzione di infrastrutture, sanitarie et similia, e per migliorare le condizioni generali dei lavoratori. Fatta nel modo nel quale pensavo io ci sarebbe stato anche del lavoro per le imprese incaricate della costruzione. Fatto nel modo che dici tu sarebbe necessartio disporre di un’istituzione in grado di certificare tutta la filiera di produzione, compresa quella delle componenti non prodotte direttamente. Insomma, c’e’ da lavorarci su ma l’idea di base e’ corretta. Il male sta nel fatto che chi sta alla guida della carrozza, si compra coca e puttane sulla fatica dei bambini asiatici. E questo, e il Signore me ne e’ testimone, mi fa prudere veramente le mani. E’ meglio che mi fermo qui se no domattina il caffe ‘ a letto me lo porta il maresciallo dei carabinieri. Ciao secondo, e grazie.
Comment by serpiko — 25 December , 2006 @ 8:06 pm
Dfc e serpiko, avete ragione.
Mentre leggevo mi è venuto in mentre che questa condotta viene portata avanti da alcuni, per esempio IKEA.
Che comunque è una multinazionale e quindi resta per me sempre il dubbio che tutto ciò che dicono sia vero. Anche perché è una dichiaranzione di intenti, non è che ci sia un controllo esterno.
Però almeno “formalmente” c’è da parte loro un impegno (più che altro ambientale) che altri non si prendono, nemmeno a parole.
Il bollino “Design and Quality of Sweden - Made in China” mi sembra più che altro una bella trovata di marketing… e mi inquieta.
Esistono poi i prodotti del “Commercio Equo e Solidale”.
Anche in quel caso però, quando pago il doppio del normale una tavoletta di cioccolato mi chiedo se chi guida la carrozza non si compri puttane e coca anche con i miei soldi di co.co.pro. oltre che con quelli dei bambini asiatici… Cornuto e mazziato?
@Johnny - Anche se manco da un po’ dubito che tradizioni millenarie di sfruttamento e segregazione in caste possano essere cambiate in pochi anni.
Non ci sono più vacche in giro per le città indiane? Mi inquieta. Spero non siano finite nei panini del MacDonalds.
Comment by Splendid Mark AKA diabolicomarco — 25 December , 2006 @ 10:36 pm
Boss, adesso che lo citi, mi sono ricordato del tuo scritto.
Il mio ragionamento infatti sembra semplice ma si porta dietro due implicazione fondamentale. Tieni infatti conto che non siamo un paese autarchico, ergo trasformiamo materie prime che vengono importate nella stragrande maggioranza dei casi e la nostra forza lavoro viene impiegata per questa trasformazione. Se ci mettiamo a importare anche il prodotto finito, non creiamo più domanda per la nostra forza lavoro e creiamo un buco previdenziale che in qualche modo va tappato: se dovessimo mettere un dazio, dovremmo usarlo come ripianamento di quel buco.
Inoltre, da buon occamista, ripudio le organizzazioni complesse in favore di quelle semplici e fluide: per questo sconsiglio qualsiasi tipo di dazio -se non assolutamente necessario per equità o etica, appunto- in quanto l’esazione di una tassa implica la creazione di strutture addette al controllo dell’esazione stessa e di altre addette al recupero dei crediti (o il potenziamento di quelle esistenti). Se invece di imporre un dazio obblighiamo a una diversa gestione alla fonte, garantita e certificata:
- anticipiamo da morire i tempi di applicazione;
- non abbiamo bisogno di controlli a valle;
- imponiamo un aumento di prezzo direttamente sul prodotto ma non standardizzato, lasciando più libera concorrenza.
Quest’ultimo punto è fondamentale.
Un dazio è una quota parte fissa del valore del prodotto su cui è posto, è insomma un pagamento standard: come tutti i pagamenti standard, va ad appianare le capacità delle aziende di abbattere un parte dei costi fissi derivanti dalle modifiche che ho auspicato. Vengono quindi annullate le possibilità di far risparmio, ripercuotendo il costo aggiuntivo sul consumatore finale.
Scusa la prolissità ma mi sono fatto prendere la mano.
Comment by serpiko — 25 December , 2006 @ 11:22 pm
diabolicomarco: Bello il tuo nuovo nick! Comunque su AIKIA ci voglio fare un altro articolo. Scrissi qualcosa in passato ma era troppo genericamente orientato alla globalizzazione. AIKIA mi inquieta non poco con il suo tentativo di imporre la cultura svedese come riferimento. Sul commercio equo e solidale sono piu’ che confidente che ci siano speculazioni. Meglio finanziare le associazioni che si occupano di sviluppo sul territorio.
Serpiko: Ok erede, ero gia’ convinto che la tua idea fosse migliore della mia. Ho solo fatto riferimento al mio vecchio post per far vedere agli altri che anche io sono un po’ intelligente. Comunque le precisazioni mi hanno ulteriormente convinto della bonta’ del sistema. Mi piacerebbe farci su un articolo, con il tuo permesso.
Comment by dellefragilicose — 26 December , 2006 @ 6:30 pm
dfc: ma certo.
dfc: grazie
Comment by serpiko — 27 December , 2006 @ 10:11 am