Quanto sto per scrivere è una riflessione personale. Non è legata ad accadimenti e non ha valenza politica. Chi non è interessato passi pure oltre. Per chi ha deciso di restare un’ultima precisazione. Questa non è una lezione. Su certe cose non sono in grado di insegnare nulla a nessuno. Io stesso sto ancora imparando. Questo che faccio è parte del percorso.
"Il cielo stellato sopra di me. La legge morale dentro di me". Parto da questa citazione kantiana per confidare a coloro a cui interessa saperlo, cosa vuol dire per me. Il cielo stellato rappresenta l’universo, la natura. Quello che alcuni chiamano il creato. Il primo punto di riferimento sono le leggi che governano l’universo. Impossibile ignorarle, inutile contestarle. A prescindere da me, esse esistono e valgono secondo i loro complessi e misteriosi principi. L’unica inferenza che ammettono è uno studio faticoso e senza fine allo scopo di non essere schiacciato dai loro effetti e per raccogliere e seminare, secondo quanto mi è dato fare, i frutti del vasto e stupefacente giardino nel quale vivo.
La grande morale è quella che ognuno si porta dentro e alla quale conviene presti confidenza assoluta. A prescindere dalle leggi che le comunità si impongono per regolare pacificamente la convivenza, la mia morale resta il metro con il quale io misuro l’essenza delle mie azioni. Anche se consentita dalla legge, un’azione deprecata dalla mia morale è necessario che resti bandita. È inutile avere l’approvazione del consesso umano se non si ha la propria. Al giudizio degli altri c’è speranza di sfuggire, al proprio no.
Questi non sono i miei unici riferimenti, ma sono quelli essenziali. Quanto vale la mia vita in questo universo io lo so. Di per sé nulla. È solo l’effetto biochimico di un’evenienza statistica. Sono le mie azioni a qualificarla. La nascita non mi ha garantito altro diritto che la morte. Questo l’ho imparato veramente e non lo dimentico. Mai.
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